Isola di San Domino

L’ISOLA DI SAN DOMINO

L’isola più grande S.Domino, la più grande e selvaggia, fu consacrata a San Giacomo e al vescovo San Domino martire, un santo di Spalato. Qui era custodita la  tomba leggendaria che ospitava i resti di Diomede, infatti esse erano chiamate anche Diomedee. La tomba era guardata dagli uccelli, segno che nel mondo antico non furono mai molti né gli abitanti locali né i visitatori, erano uccelli speciali: benevoli verso i Greci e parlanti greco, ostili verso i barbari. Le Tremiti erano perciò collegate al culto di Diomede diffuso in Puglia, re dei Daunii, fondatore di Arpi, ricordato da Virgilio, e di tante altre città pugliesi, simbolo della civiltà greca che aveva provocato l’inurbamento degli Apuli. Diomede sposò la figlia di Dauno, re di Arpi, popolo venuto dall’lliria, incivilito poi dalla minoranza greca-micenea sopravvenuta. Diomede morì alle Tremiti e i marinai suoi compagni tramutati in uccelli, furono posti a guardia della sua tomba.Le isole furono collegate dal X sec.a.C. alla città di Arpi, destinata a diventare la metropoli del Tavoliere, la città aveva un vasto territorio che giungeva sicuramente fino al mare, al tratto dell’attuale Manfredonia, dove nel 193 a.C. i Romani, togliendo lo sbocco ad Arpi per punire il suo passaggio triennale ad Annibale ( 216-213 a.C,), fondarono la loro colonia, detta Sipontum. Il nome non è romano, vi è anche un tentativo greco di dare una propria etimologia, da seppia, ma sarà stato un nome apulo, pregreco esistente già durante il dominio di Arpi, ed apulo sarà stato anche l’approdo che i Romani non inventarono, ma valorizzarono ed ingrandorono facendolo diventare testa di ponte nei commerci con le antiche città del promontorio garganico, più tardi i Romani intensificarono i rapporti con la dirimpettaia Illiria, adibendolo anche a luogo di deportazione, solamente con la caduta dell’Impero, vi ritornarono i pirati. Da vecchia data un filo legò i rapporti dell’intero tratto Arpi-Siponto-isole Tremiti, quanti sono vissuti nelle isole hanno dovuto sempre nutrirsi di frumento importato da Siponto, perché le isole sono sempre state povere di alimenti. Sotto i Romani le isole diventarono soggiorno obbligato per un personaggio illustre, nell’8 d.C. Augusto ebbe l’infelice idea di rinchiudervi la nipote Giulia II; come sua madre Giulia, le due si macchiarono d’impudicizia, attirando le ire del padre e nonno che, per punirle, le scacciò da Roma e le mandò al confino, la figlia Giulia nel 7 a.C. a Ventotene, poi a Reggio Calabria, la nipote nell’8 d.C. alle Tremiti. Ma il motivo delle due punizioni è da ricercare senz’altro nella politica: Giulia I, ottima moglie di M.Agrippa, madre di 5 figli, all’improvviso si sarebbe messa a trescare con giovani intraprendenti aristocratici, in realtà pare che aderisse ad un complotto politico, destinato a rovesciare Augusto a favore di Iullo Antonio, già console allevato in casa di Ottavia, sorella di Augusto e vedova di M.Antonio. La sostituzione politica mirava a cambiare linea di governo, a favorire il consumismo con incremento delle vendite di prodotti raffinati creati nelle città dell’Asia Minore, mentre Augusto li teneva a freno per non depauperare le rendite italiane, ma al solo scopo di mantenere materiale liquido occorrente alla sua vita quotidiana. Gli avversari invece sostenevano la tesi che la libera vendita avrebbe prodotto maggiore ricchezza nell’impero, con beneficio della stessa Italia che si rifaceva sulle tasse: più guadagnavano le città orientali, più tasse avrebbero pagato. Perciò Augusto scoperto il complotto , fu duro nella repressione e durissimo con sua figlia, non la perdonò mai, non permise che fosse inclusa nella tomba di famiglia nemmeno da morta. La nipote Giulia II imboccò la stessa strada, il suo amante presunto era Gracco, di nobilissima famiglia e degno di sostituire Augusto, questi non l’uccise ma gli inflisse un duro confino. Augusto non perdonò nemmeno Ovidio, che sapeva ma non parlò, a costui fu imposta la partenza immediata. Anche alla nipote Giulia comminò il confino, si parlò anche di una manovra di Livia Drusilla, che pendeva tutta sui propri figli, Druso e Tiberio, e si attribuivano a lei tutte le disgrazie familiari di Augusto. Giulia II fu trascinata alle Tremiti, in confino perpetuo, forse aveva poco più di vent’anni, nelle isole continuò a vivere altri vent’anni, morì nel 28 d.C.; fu materialmente sostenuta da Livia Drusilla, prima moglie autoritaria di Augusto, poi madre di Tiberio , vissuta fino ad 87 anni. Le faceva pervenire viveri in abbondanza, vestiti, gioielli, voleva in sostanza tenerla in buona forma per contrastare lo strapotere del proprio figlio Tiberio, Giulia potè così vivere per molti anni e morì prima di essere uccisa da sicari inviati da Roma . In quegli anni i rifornimenti poterono giungere solo da Siponto, di qui partivano navi cariche di viveri e di vestiario, potevano passare la linea di vigilanza che certamente operava attorno alle isole, esibendo regolari lasciapassare, giungere in porto e scaricare. La giovane non era certamente sola, era circondata da un gruppetto di signore e di servitori, che forse si davano il cambio. Ricevevano notizie, scambiavano informazioni e si tenevano al corrente di tutto. Siponto diventò il punto di contatto per 20 anni, e qui non doveva di sicuro mancare un certo seguito simpatizzante per l’infelice giovane. Molti sipontini cercavano di tenersi buona la giovane, anche perché sapevano della protezione delle vecchia Augusta, e così Siponto conobbe anche il declino della giovane alle Tremiti.

I Canonici Lateranensi la chiamavano Orto del Paradiso o Paradiso terrestre, il nome dell’isola deriva da un’antica chiesetta, ora scomparsa, dedicata a questo Santo martire . L’isola lunga oltre due chilometri e larga la massimo un chilometro e settecento metri, era ricca di vegetazione particolarmente abbondante, di spiagge arenose, cale e promontori. Il punto di sbarco è detto lo Schiavonesco, perché anticamente gli schiavoni slavi, assoldati come mercenari dalla repubblica di Venezia, qui venivano a pescare le sardine, si arriva alla cala delle Arene che gli isolani hanno ribattezzato “O bagn’e femmene”perché era la spiaggia dove le donne andavano a fare i bagni al riparo degli sguardi indiscreti. Subito dopo Cala Matana e Cala dello Spido, in mezzo a tanta natura, sul mare la Grotta delle Viole, i cretacci , ancora la Grotta delle murene ed altro.